L’avvocato e il rapporto di colleganza.

Il C.N.F., con sentenza n. 52/2019, ha rigettato il ricorso di un avvocato al quale era stata inflitta la sanzione disciplinare dell’avvertimento per aver rivolto in un fax al difensore avversario e aver utilizzato anche nell’esposto presentato al COA frasi offensive e volgari dirette a ledere la dignità della persona. 

Detto comportamento volontario è non soltanto contrario ai doveri di lealtà e correttezza e al divieto di usare espressioni sconvenienti e offensive, ma viola la sacralità del rapporto di colleganza.

Nel caso in esame il C.O.A. aveva, dunque, ritenuto che il comportamento dell’avvocato avesse violato l’art 6 (dovere di lealtà e correttezza), l’art. 20 (divieto di uso di espressioni sconvenienti e offensive) e l’art. 22 (rapporto di colleganza) del Codice Deontologico, con conseguente irrogazione della sanzione disciplinare dell’avvertimento, stante l’utilizzo di frasi sconvenienti, offensive e gratuite «prive di relazione con l’esercizio del diritto di difesa».

Avverso la decisione l’avvocato ricorre al C.N.F. a mezzo difensore, che chiede l’accoglimento del ricorso, evidenziando, tra l’altro, che le espressioni impiegate fossero prive di qualsiasi carica volgare o finalizzata a offendere.

Il difensore rileva, inoltre, che il C.O.A. non avrebbe svolto un’indagine approfondita sulla volontarietà della condotta del suo assistito.

Il C.N.F. ha respinto il ricorso precisando che tra avvocati devono essere evitate frasi o espressioni sconvenienti, stante la «sacralità» del rapporto di colleganza. 

La possibilità di utilizzare nello svolgimento dell’attività di difesa un tono fermo e a volte acceso non consente di far scadere di livello l’operato di un collega, attraverso il ricorso a un frasario offensivo e lesivo «sindacando e censurando le scelte di costui, finendo per attribuirgli una condotta foriera di danni per l’assistito», con conseguente violazione dei doveri di lealtà, probità e decoro richiesti dal rapporto di colleganza.

Circa la volontà della condotta, il C.N.F., dopo aver affermato la sufficienza volontà consapevole dell’atto posto in essere, richiama una pronuncia della Cassazione la quale precisa che: «in materia di illeciti disciplinari la coscienza e volontà delle azioni o omissioni di cui all’art. 4 del nuovo Codice deontologico consistono nel dominio anche solo potenziale dell’azione o omissione, che possa essere impedita con uno sforzo del volere e sia quindi attribuibile alla volontà del soggetto».

Avv. Gian Carlo Soave

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