Avvocati e «pubblicizzazione» di premi e riconoscimenti sui social media: quale disciplina?

Il Consiglio Distrettuale di Disciplina della Corte d’Appello di Milano ha segnalato (nota n. 40/2019) il pericolo di violazione degli articoli 35 comma 8 e 37 Codice Deontologico da parte di alcuni avvocati per avere pubblicato post sul social Linkedin, evidenziando l’assegnazione di premi qualificanti capacità professionali in vari campi e comunicazioni contenenti i nominativi dei clienti. 

Detta condotta prospetta, infatti, una possibile violazione degli articoli citati in quanto «i titoli e i premi acquisiti non sono stati oggetto di una valutazione in termini di trasparenza e comunque provengono da soggetti istituzionalmente non abilitati ad una valutazione della nostra capacità professionale». 

L’art 35 «Dovere di corretta informazione» al comma 8 dispone che: «Nelle informazioni al pubblico l’avvocato non deve indicare il nominativo dei propri clienti o parti assistite, ancorché questi vi consentano».

L’art 37 dispone che: 

1. L’avvocato non deve acquisire rapporti di clientela a mezzo di agenzie o procacciatori o con modi non conformi a correttezza e decoro.

2. L’avvocato non deve offrire o corrispondere a colleghi o a terzi provvigioni o altri compensi quale corrispettivo per la presentazione di un cliente o per l’ottenimento di incarichi professionali.

3. Costituisce infrazione disciplinare l’offerta di omaggi o prestazioni a terzi ovvero la corresponsione o la promessa di vantaggi per ottenere difese o incarichi.

4. E’ vietato offrire, sia direttamente che per interposta persona, le proprie prestazioni professionali al domicilio degli utenti, nei luoghi di lavoro, di riposo, di svago e, in generale, in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

5. E’ altresì vietato all’avvocato offrire, senza esserne richiesto, una prestazione personalizzata e, cioè, rivolta a una persona determinata per uno specifico affare.

6. La violazione dei doveri di cui ai commi precedenti comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.”

Per tentare di trovare una risposta alle condotte contestate agli avvocati si rammentano le seguenti decisioni assunte dal CNF e dalla Cassazione:

  • sentenza n. 391/16 CNF secondo cui «nel periodo successivo all’entrata in vigore del Decreto 248/06 si è determinata una plausibile mancanza di chiarezza sui confini applicativi del citato decreto e sono inoltre intervenute modifiche al codice deontologico che, rimuovendo i previgenti limiti alla pubblicità degli avvocati, hanno aperto una fase nella quale, in concreto, poteva apparire non sempre agevole determinare i confini entro i quali la pubblicità potesse ritenersi legittima».
  • sentenza n. 183/2009 con la quale il CNF “riconosceva la legittimità dell’esercizio della professione in luoghi diversi rispetto allo studio tradizionale, stigmatizzando piuttosto i contenuti proposti invece dei mezzi utilizzati, perché considerati equivoci e suggestivi anziché informativi”. 

Si rammenta altresì la sentenza n. 23827/2010 a Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha ritenuto legittimo censurare non lo strumento pubblicitario in sé ma i contenuti non conformi a correttezza e decoro professionale.

Le Sezioni Unite con sentenza n. 9861/2017 hanno precisato che: «La forte valenza pubblicistica dell’attività forense spiega perché il rapporto tra il professionista ed il cliente (attuale o potenziale) rimanga in buona parte scarsamente influenzabile dalla volontà e dalle considerazioni personali (o dalle valutazioni economiche) degli stessi protagonisti e come possa pertanto non risultare dirimente – nel senso di escludere il relativo divieto – il consenso prestato dai clienti del medesimo avvocato alla diffusione dei propri nominativi a fini pubblicitari». 

Divieto confermato già con sentenza n. 55/2016 del C.N.F.

Avv. Gian Carlo Soave

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