Avvocati, fatturazione e Codice deontologico.

La Cassazione, con sentenza n. 34476/2019, ha confermato la pena della sospensione dalla professione inflitta dal Consiglio distrettuale di disciplina e confermata dal CNF nei confronti di un’avvocatessa, responsabile di aver percepito compensi da una propria assistita, senza emissione di relativa fattura e senza curarne gli interessi.

Nel caso in esame, si è svolto un procedimento disciplinare nei confronti una professionista ritenuta responsabile di aver violato gli artt. 7 e 38 Codice Deontologico per aver tenuto un comportamento contrario al dovere di fedeltà nello svolgimento della propria attività professionale e agli interessi della sua assistita. Ella, infatti, non avrebbe esercitato alcuna azione nei confronti della società datrice di lavoro della cliente, pur rassicurando quest’ultima a riguardo e percependo compensi.

E’ stata, altresì, ravvisata – da parte dell’avvocatessa – violazione dell’art. 15 Codice Deontologico, stante l’omessa fatturazione delle somme percepite in contanti e violazione dell’art. 5 Codice Deontologico per aver esercitato abusivamente la professione,  considerato che ella era stata sospesa dal COA in via cautelare a tempo indeterminato.

Il Consiglio distrettuale di disciplina sanzionava, dunque, con la pena della sospensione dalla professione per un anno l’avvocatessa la quale contestava detta decisione nanti il CNF che, però, rigettava il ricorso, ritenendolo inammissibile e infondato.

La professionista ricorreva in Cassazione chiedendo la sospensione degli effetti della sentenza impugnata e lamentando la contestazione del CNF relativa all’assenza dei requisiti richiesti dall’art. 342 c.p.c per il ricorso; l’omessa valutazione da parte del CNF delle sue doglianze, relative ai diversi capi di incolpazione, con conseguente omessa indicazione dei motivi dal punto di vista materiale e grafico, che condurrebbero alla sua dichiarazione di responsabilità; l’omesso espletamento da parte del CNF di ulteriori indagini istruttorie, omissione che avrebbe condotto a una pronuncia irrispettosa della sua responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio.

Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso, ritenendo fondato solo il primo motivo ed inammissibili il secondo e il terzo.

Il primo motivo è fondato in quanto «il ricorso dell’incolpata al Consiglio nazionale forense  è stato formulato nel rispetto della prescrizione formale, con l’indicazione dei motivi specifici (…) a norma dell’art. 59 del regio decreto n. 37 del 1934, richiamato dall’art. 36, comma 2, della legge n. 247 del 2012 (…)” in quanto “al ricorso proposto innanzi al Consiglio nazionale forense avverso la decisione disciplinare emessa dal Consiglio distrettuale di disciplina non può ritenersi applicabile, in via immediata e diretta, il disposto dell’art. 342 cod. proc. civ., come si è affermato invece nell’impugnata sentenza».

In relazione al secondo e terzo motivo d’impugnazione la Cassazione rileva che: «la sentenza impugnata ha convalidato, sulla base della valutazione delle risultanze probatorie acquisite, il giudizio del collegio territoriale circa il disvalore deontologico della condotta dell’incolpata: per avere costei tenuto, nello svolgimento della propria attività professionale, una condotta contraria al dovere di fedeltà, oltreché agli interessi della propria assistita, non avendo iniziato nei confronti del datore di lavoro (…) s.r.l., alcuna azione, al fine di ottenere il pagamento della retribuzione maturata, rassicurando la cliente circa il buon esito di accordi, in realtà mai esistiti; per avere richiesto il versamento di somme in contanti, con l’intento di incamerarle senza emettere regolare fatturazione; per avere omesso di informare la (…) della sua sospensione dall’esercizio della professione a tempo indeterminato».

Avv. Gian Carlo Soave

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